I tre dell’Ave Maria

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Questa è una storia particolare, con un luogo e un tempo che sembrano sfuggir di mano ogni volta che pare di averli presi. Una storia con tre protagonisti, reali o irreali che siano poco importa. Il primo dei tre è uno scettico e curioso espatriato in India che gioca a fare il reporter, gironzolando in moto o in bicicletta tra pescatori, chioschi del chai e teatri delle ombre. Il primo dei tre protagonisti sono io. E ora vi racconto come ho incontrato gli altri due.
Pensate all’India, ad ogni colore che possa evocare, alle leggende che sono arrivate fino in Europa, alle spezie, le spezie che riempiono i piatti e hanno riempito le navi in passato. Poi pensate agli incensi, chi per moda o per piacere ne ha bruciato almeno uno nella vita. Pensate a quanti più profumi d’incenso potete immaginare. Non c’è fretta, prendetevi il tempo che vi serve. Chi ne avrà ricordati dieci, chi di più, non c’è forse limite. Sono però sicuro che, per quanti ne abbiate immaginati, ve ne siete scordato uno, tutti lo stesso, così come avevo fatto io. E l’incontro con quel profumo dimenticato è stato un viaggio nel tempo e nello spazio degno della più fragrante e proustiana madeleine che si possa mangiare. L’unico incenso che non profuma di India ma sa di nebbia, di messe e funerali, sa di memoria; tizzoni chiusi nell’incensiere fatto roteare da un ragazzino. L’incenso delle chiese. E quell’odore, così lontano dagli altri è in grado di spazzare via ogni pensiero d’India per riportare alla prima volta in cui si ricorda di averlo sentito. Così come mi è accaduto qualche tempo dopo, avvicinandomi ad una stazione della via crucis fino ad isolare quell’immagine dal resto, di non riuscire più ad essere sicuro di dove mi trovassi.

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Mi avevano detto che non molto lontano da casa mia avrei potuto trovare una chiesa ma non ci avevo dato troppo peso, ero anche passato da quelle parti qualche volta senza mai fermarmi però. Poi un giorno mi sono imbattuto in quell’odore lasciato da una processione la cui coda stava per voltare l’angolo. Quel richiamo è stato così forte che mi sono unito agli ultimi e lenti componenti e li ho seguiti fino in chiesa. E Lì ho incontrato il secondo protagonista di questa storia.
Come ho passato il cancello mi ha subito visto, non è poi così difficile notarmi tra gli indiani, quando poi si è all’estero si sviluppa una capacità quasi infallibile di riconoscere un altro italiano, anche a chilometri di distanza. Seduto su una panchina, anzi più che starci seduto imponeva il suo peso a quella poveretta, guardava giocare i bambini nel cortile; camicia aperta al secondo bottone per il caldo, due baffi d’altri tempi e l’occhio di chi ha la battuta sempre pronta. Ad aspettarmi all’ombra di un mango c’era Giovannino Guareschi.
Deve aver subito notato il mio stupore e quel velo di diffidenza verso quel luogo che sembrava troppo pulito e familiare per essere in India, accompagnato tra l’altro dal dubbio che un cristianesimo copiato all’occidente strida con quella realtà. Della mia diffidenza però non se n’è fatto nulla, con un cenno mi ha invitato a rimanere tra quella gente senza arrivare subito alle conclusioni. Sapevo bene cosa pensava e cosa voleva portarmi a credere. Cristiani si è cristiani, che si sia sulle sponde del Po o su quelle del Gange.
Il terzo protagonista ha bisogno di una presentazione più formale e rispettosa. Ultimo in ordine di apparizione ma primo ad arrivare in India, portato dai cristiani sbarcati a Goa, è conosciuto da tutti qui. Molti credono sia italiano, in realtà è portoghese e in Italia ha solo vissuto. Conosco anche lui da tempo e ritrovarlo qui è stata una sorpresa. Ricordo mia nonna nominarlo ogni qual volta perdesse qualcosa nella speranza che l’aiutasse a ritrovarla. Lo chiamano Anthony ma io e tanto più Guareschi, preferiamo continuare a chiamarlo come abbiamo sempre fatto. Il terzo protagonista è Sant’Antonio da Padova. La processione era in suo onore e per un giorno aveva lasciato la chiesa per essere portato tra le vie della città. Così com’era arrivato sulle coste indiane navigando, nel suo giorno di festa galleggiava sopra un mare di volti così diversi dal suo, bianco come porcellana, irreale, lontano.

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Un santo, un omone burbero della bassa e uno scettico espatriato. Ognuno con le sue convinzioni e le sue idee. Tutti e tre lontani dalla propria terra e tutti e tre convinti di riuscire a comprendere quel popolo che professa una fede che pensano di conoscere a fondo, chi raccontandone i miracoli, chi le piccole storie, chi i difetti.
Cristiani. In india sono una minoranza religiosa ma non una minoranza esigua. L’India esotica di santoni, ashram e animali leggendari non riesce però ad accoglierli nelle sue cartoline. La loro normalità stonerebbe con la voglia di evasione che porta qui orde di turisti.
Tocca a Sant’Antonio fare le presentazioni, io e Guareschi restiamo per quanto possiamo in disparte ad osservare. La gente sta iniziando ad entrare in chiesa, quale momento migliore per iniziare a capire qualcosa?
Vedere le donne in sari a mani giunte non è così raro in India, ben diverso è l’effetto che fa vederle allineate tra i banchi di una chiesa. Ascoltarle recitare preghiere che si conoscono dà nuovamente quello strano senso di smarrimento che profuma d’incenso. Chi prega qui lo fa davvero, lo fa con un coinvolgimento totale, non sembra farlo per abitudine o per dovere. Il viaggio per mare può davvero aver purificato quella religione facendone arrivare fin qui solo la parte più nobile e mistica? Può davvero Sant’Antonio aver trovato qui la sua terra? Così sembrerebbe a vedere quante persone sono in attesa dell’eucarestia.

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Dopo La messa, la gente non corre a casa o a sbrigare commissioni ma resta nei pressi della chiesa a parlare, non di certo di fede, chiacchiera più che altro. La mia presenza ha suscitato una certa curiosità e così ho modo di incontrare qualcuno di loro e di conoscere meglio la piccola comunità cattolica di Valsad. Anche Sant’Antonio ha il suo bel da fare, tra le corone di fiori che continuano ad aumentare e le persone che si fermano vicino a lui per continuare a pregare. Ho perso di vista Guareschi, forse sta cercando le cucine.
Il più temerario che per primo si presenta è un ragazzo dal viso limpido come acqua. Aldwin non è di qui, studia in seminario ed è in visita come aiutante del parroco, sua sorella ha preso i voti e vive in Italia, è convinto che un giorno riusciremo ad incontrarci tutti e tre a Roma. Mi spiega che non è il solo a provenire da un’altra città. Lo stato del Gujarat tra le sue mille leggi ne ha anche una che vieta le conversioni, così tutte le persone che frequentano la chiesa non sono nate qui, provengono da altri stati, per lo più del sud e sono emigrate per trovare un lavoro ben pagato.
La spiegazione di Aldwin chiarisce un dubbio che avevo avuto fin dal primo istante. I volti di quelle persone non erano lo specchio di quelli che si potevano trovare oltre il cancello che dà sulla strada, non erano i lineamenti del sud, a quelli avrei fatto caso solo dopo. Era lo sguardo. Quello sguardo che avevo già visto mille volte, lo sguardo di chi possiede sia la fede sia il denaro, fatto di una serenità che in Italia sa di pranzi della Domenica in famiglia e di sorrisi benevoli, molte volte fasulli. Ogni famiglia ha la sua storia e Aldwin inizia a raccontarmi quelle che meglio ricorda, anche lui le sta imparando, mi spiega che solo conoscendo a fondo le loro storie potrà aiutare le persone se ne avranno bisogno. Poi corregge il tiro dicendo che sarà chiaramente Dio ad aiutarle, lui sarà solo un tramite. Lo guardo, avrà quasi dieci anni meno di me e negli occhi una fede così forte che quasi spaventa. Che davvero quel francescano nato a Lisbona sia riuscito nella sua impresa così lontano da casa?
Dopo un po’ finiamo a parlare di matrimoni. E’ un argomento che affronto sempre con una certa cautela ma con Aldwin posso tranquillamente parlare, visto che lui probabilmente di matrimoni ne celebrerà a dozzine e nessuno celebrerà il suo. I matrimoni combinati, in India, sono ancora una realtà dura a morire e i cattolici rimangono pur sempre indiani, anche se le cose stanno lentamente cambiando. Alcuni s’innamorano altri si mettono d’accordo. Aldwin liquida l’argomento abbastanza velocemente. Già. Ma chi s’innamora? Allora è più complesso. Mi spiega che le famiglie devono accettare la scelta, oggi è possibile ma molte volte non è così semplice. Chiedo se c’è chi cerca di sposarsi di nascosto o di scappare. Succede. Risponde. Ed ecco che Guareschi si rifà vivo, ha lo sguardo sicuro di chi sa che la partita è ancora aperta. Quelle storie di gente comune lui le conosce bene, storie di una chiesa fatta di persone e non di santi, di piccoli peccati più che di miracoli. Mi indica la canonica. Forse è arrivato il momento di scambiare due parole con un prete.
Padre Richard o Richie, come si fa chiamare, è il parroco di questa comunità da qualche anno a questa parte. Finita messa, sveste l’abito talare in un batter d’occhio (tanto velocemente che si potrebbe pensare abbia un gemello) e torna ad indossare una camicia a quadri di dubbio gusto, divisa ufficiale indiana. La sua testa è rigata da un riporto inutile che disegna strane onde, ha un sorriso sincero e i modi risoluti di chi non è abituato a perdere tempo. Parecchia gente si ferma davanti alla canonica dopo la messa, chi per chiedere un consiglio, chi per fare un’offerta. Rimango ancora un po’ a chiacchierare con loro, tutti sempre, immancabilmente, sorridenti, in attesa di poter entrare nel suo ufficio.

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Dice di avermi visto passare qualche volta davanti alla chiesa, lo dice con il tono del prete di provincia che rimprovera i compaesani che non vanno a messa. Con lo stesso tono mi chiede come mai non mi sia mai spinto oltre il cancello, cosa mi abbia fermato, che paura può mai fare una chiesa, la casa di tutti? Dalla finestra riesco a vedere Guareschi mentre si pettina i baffoni monarchici, sono sicuro che sotto quei due virgoloni fuori moda se la stia ridendo.
Padre Richard mi spiega che a Valsad ci sono circa duecento famiglie cattoliche, la chiesa è il punto di riferimento per tutti. Ma non è solo quello. La realtà non è solo fatta da chi è emigrato qui per un lavoro ben remunerato, la storia che tutti raccontano con meno entusiasmo è quella dei villaggi e della povertà.
E finalmente la povertà. La sua assenza stava diventando imbarazzante e surreale, se già la chiesa cattolica sembra provenire dalla povertà per poi vivere nell’agio in Europa, che dire dell’India? Qui non serve certo l’immaginazione per trovare la miseria, basta fare qualche passo per strada. Nei villaggi la situazione è anche peggiore ma quei villaggi sembrano troppo lontani dal prato all’inglese di fronte alla chiesa che, verde come fossimo in Irlanda, sbeffeggia l’afa che lo circonda.
Padre Richard è stato un missionario per dodici anni e sembra rimpiangere il tempo passato, ora gestisce una ONG, la khedut Vikas Mandal che tradotto approssimativamente significa, società per lo sviluppo agricolo. Si occupa di aiutare gli abitanti dei villaggi a migliorare le proprie condizioni di vita, facendolo però, così dice, senza donare soldi fuori controllo, vecchia e inutile usanza che ha fatto più danni della povertà stessa. I soldi vengono usati per creare qualcosa di duraturo. Mi spiega che più del denaro a volte serve solo la pazienza di spiegare e spiegare ancora che un villaggio organizzato nel quale l’allevamento e l’agricoltura vengano fatti con criterio e nel quale sia insegnanti sia alunni la mattina vadano a scuola per quel sano scambio di sapere, può sopravvivere con un aiuto minimo. Spesso si deve partire da una persona sola e poi pian piano convincere le altre, un lavoro che dura mesi o anni ma che sembra aver dato i suoi frutti. Il KVM ora segue cinquantasei villaggi sparsi per il Gujarat. Forse quella legge sulle religioni che in tanti considerano ingiusta sta facendo del bene. Sta tenendo lontani quelli che considerano il terzo mondo una terra di conquista in cui collezionare nuovi credenti, come se la sola conversione bastasse a risolvere ogni problema. Spinto dalla mia innata curiosità ottengo la promessa di una visita ad uno di quei villaggi.
Mentre, ritornato al suo ruolo di parroco, inizia a parlarmi dei lavori di ristrutturazione che farà per festeggiare i cent’anni della chiesa, viene interrotto dalle voci dei bambini nel salone accanto. Padre Richard allora posa la penna con cui giocherellava, sorride e mi dice di andare a vedere. Stanno imparando i nuovi canti, i più grandi che già li conoscono aiutano i più piccoli. Si canta in inglese e molti l’inglese l’hanno imparato qui tra un canto e una preghiera. C’è chi canta sicuro, chi muove appena le labbra, chi invece guardando le labbra degli altri cerca d’intuire la sillaba successiva e chi già sa leggere, che cerca di seguire le parole sulla lavagna in fondo alla sala.

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Il senso di comunità che si riesce ad avvertire qui, anche semplicemente sedendosi vicino ai bambini che cantano con madri e nonne distanti a sufficienza per poter parlare tra loro, vedere famiglie che s’incontrano e passano ore della giornata insieme, fa uno strano effetto. Perchè è proprio quello che si sentirebbe chiedere dal parroco di Guareschi alle famiglie del suo paese senza ottenere alcun risultato. Per trovare la bontà, la condivisione, la tolleranza, la partecipazione e la fede che tanto predica, il cattolicesimo è dovuto venire fin qui. E qui non ha dovuto cambiare quasi nulla perché tutto ciò di cui aveva bisogno se l’è trovato pronto, figlio di una cultura millenaria così distante e all’apparenza diversa. Che strano effetto deve fare trovare ciò che si è perseguito per secoli, fatto meglio, da qualcun altro. Ed è probabilmente questa la verità. Noi tre a cercare tracce di vecchie convinzioni, tutti e tre così certi delle nostre opinioni da non vedere ciò che realmente si trovava davanti ai nostri occhi. Poco importa se hanno nomi americani e cognomi portoghesi, se recitano preghiere familiari o se si fanno il segno della croce, nei loro gesti c’è qualcosa di più antico che si è adattato con naturalezza alle prediche portoghesi ma che da queste non deriva. Il cristianesimo così si ridimensiona e invece di essere la fonte di quella apparente bontà incondizionata diventa un semplice affluente.
I bambini finiscono di cantare e corrono in cortile a giocare, io vengo attirato da un profumo noto, questa volta tutto indiano e lo seguo fino a trovare le cucine. Ranchod sta cucinando riso al cumino per chi si fermerà a mangiare, me ne offre una ciotola, Guareschi aspetta fuori, era già passato di qua con ben altre aspettative, la sua teoria forse ha iniziato a vacillare proprio in cucina. E ora suona più come: indiani si è indiani che si sia cristiani…

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Già ma dove sono corsi i bambini? Qualcuno gioca a cricket, altri si inseguono nel prato ma la maggior parte di loro si sta preparando per una lezione del più surreale degli sport che si possa praticare in India. Il pattinaggio. Il solo pensare ad una strada indiana in cui si possa pattinare, se si vive qui da più di qualche mese, diventa un esercizio d’astrazione quasi impossibile. Terra, buche, mucche, cani, cammelli, traffico impazzito, come si può davvero pensare al pattinaggio? E poi quali parchi o quali impianti per farlo? Padre Richard ha detto che per tenere unita la comunità bisogna iniziare dai bambini e così sta facendo. Questa ciurma di scalmanati che si diverte ad inseguirsi, una volta che avrà imparato a pattinare, dove potrà farlo se non qui? Guareschi s’illumina per un istante e ha un sussulto pensando all’astuzia paesana del parroco, gli faccio vedere la ciotola di riso al cumino che ancora sto mangiando e questo basta a riportarlo alla ragione. Però devo ammetterlo, in quanto ad astuzia, padre Richard non se la cava affatto male. Di tutte le nostre discussioni però ai bambini non importa davvero nulla. Entusiasti dei loro pattini e dei loro caschi da ciclisti anni settanta, gironzolano incerti come ubriachi o spavaldi come campioni nei pochi metri quadri di cemento alle spalle della chiesa. E se mi coricassi proprio in mezzo alla pista?

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Guareschi torna a sedersi sulla sua panchina in silenzio, Sant’Antonio è di nuovo al suo posto in chiesa con qualche corona di fiori in più, io sto per andare via, almeno per questa volta. Ci guardiamo da lontano, un po’ meno sicuri delle nostre convinzioni. Tre stranieri che cercano di capire un popolo che è molto più complesso di quanto quei sorrisi di burro facciano pensare. Probabilmente la visita ad un villaggio assistito dalla ONG mi farà capire quanto siano vere le parole che ho ascoltato, perché la distanza tra il benessere e la povertà qui ha un sapore acre, sono realtà che sembrano respingersi come magneti e lo fanno con tanta più forza quanto più le si avvicini. Le stesse persone che camminano serene sul prato all’inglese sono davvero quelle che aiuteranno chi non sa se riuscirà a mangiare domani? La bontà dei loro occhi sarà la stessa delle loro mani? Offrire una ciotola di riso a me non è così difficile, tutti sanno che non ne chiederò una seconda.
Si è fatto tardi, oltre il cancello rosso mi aspetta un’India diversa, l’india che incontro tutti giorni, l’India di disordine e povertà. Continuo a chiedermi quale sia la via d’uscita da tutto ciò. Cosa possa desiderare una bambina nata in un villaggio, a chi spetti la sua educazione, chi debba decidere il suo futuro. Quali sogni o quali paure si possano nascondere in una canzone per farla addormentare

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Ninna nanna, ninna oh, questa bimba a chi la do…

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Per chi fosse interessato…

http://www.khedutvikasmandal.webs.com

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Alla prossima

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3 thoughts on “I tre dell’Ave Maria

  1. Pingback: I tre dell'Ave Maria - Prima parte

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