Fisherman’s friend

Più forti dell’iceberg

Camminare sulla spiaggia senza potersi perdere. Nessuna svolta, nessun sentiero secondario, nessun bivio. Solo la spiaggia. Basta un orologio, se proprio si deve tornare indietro per tempo. Si sceglie una direzione e si va. Già ma fin dove? Perchè capita il giorno in cui non si ha proprio voglia di tornare indietro, allora si fanno chilometri senza voltarsi e magari si arriva in un posto che non si pensava di poter trovare. Ed è proprio lì che oggi sto tornando, con uno zaino pieno di foto e una speranza.
Ma forse questa storia è meglio raccontarla dall’inizio.
E’ Domenica mattina, sto camminando sulla spiaggia da parecchio, il sole è ormai alto e ho lasciato casa poco dopo l’alba, si tratta solo di invertire la direzione e tornare. Ma ogni scusa è buona per non farlo, la bassa marea fa sembrare la spiaggia grande come il deserto e il mare è così lontano da non poterlo vedere. Provo a raggiungere un compromesso con me stesso: ancora qualche passo per sbirciare al di là di un piccolo promontorio e poi si torna a casa. Ma il destino non ha previsto il mio ritorno a questo punto della giornata, perchè oltre quel promontorio c’è, solitaria e azzurra come il cielo di marzo, una barca posata sulla sabbia dalla marea. Non è abbandonata, ci sono decine di impronte intorno. A questo punto la curiosità è troppo forte e la parte di me che vuole girare i tacchi, realizza con rammarico che di tornare a casa se ne parlerà tra molte ore.

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La spiaggia senza mare può disorientare, contino a guardare quella barchetta senza notare che tanti piccoli sguardi lontani si stanno posando sulle mie spalle, così leggeri da non sentirli nemmeno. Qualche passo ancora e finalmente scopro tutti quegli occhi puntati su di me e quelle sagome piegate sulla sabbia. Fermi, ci guardiamo, tutti forse con la stessa domanda. Inizio ad avvicinarmi alle altre barche nascoste dal promontorio, alle reti stese a terra e alle voci che riesco a distinguere sempre più dai rumori di fondo. Pescatori. Ho visto spesso le loro barche in lontananza ma senza mai capire dove attraccassero. Finalmente sono arrivato nel loro villaggio, camminando lungo la più semplice delle linee. La più ovvia.

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Mi dirigo verso di loro mentre rimangono immobili a guardarmi, provo un sorriso misurato e un saluto che sembri naturale da usare quando sarò più vicino. Per mia fortuna però i bambini, vedendomi, sono andati a chiamare l’unico di loro che conosce qualche parola d’inglese e, prima che arrivi tra le barche e l’imbarazzo, sono circondato dalle loro urla e dalle loro domande. In pochi secondi, come accade sempre, hanno costruito il ponte che mi permetterà d’incontrare le loro storie. La prima richiesta come sempre è una foto, che scatto senza pensarci nemmeno un secondo.

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Il loro entusiasmo fatto di nulla, mentre ti frughi nelle tasche piene di cianfrusaglie inutili ha il potere umiliante di farti sentire stupido, così come leggere Calvino può farti smettere di scrivere e un’istantanea di Henri Cartier Bresson può farti venir voglia di regalare la macchina fotografica al primo che incontri. Nel passaparola a mezza voce con cui si rimbalzano le mie risposte il mio nome diventa Ghido, Ido, Iro, Gudo. Quando scoprono che arrivo dall’Italia rimangono per qualche istante in silenzio, in pochi sanno dove sia. Decidono così di portarmi da Ghirish, lui saprà di certo da dove vengo, lui, mi dicono, è stato in tutti i porti del mondo.
E così, dopo un paio di svolte nei vicoli che separano le loro case, mi trovo al cospetto di Ghirish, uomo dei mille mari, pelle di cuoio stesa su un volto che si fatica ormai ad immaginare bambino.

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“Livorno! Genova!” Ghirish stira la sua pelle in un sorriso e mi guarda come riconoscesse qualcuno. Che sia davvero stato in tutti i porti del mondo? Barcellona Sidney Singapore Rotterdam….Lentamente, cercando di trovare senso alle traduzioni approssimative del mio piccolo interprete, inizio a capire. La pesca non riesce a sfamare le famiglie dei villaggi e così, in queste piccole realtà di miseria, le compagnie di navigazione vengono a cercare mozzi e marinai da imbarcare su gigantesche navi mercantili e petroliere che solcano i mari di tutto il mondo. Cercano tra questa gente che conosce il mare come lo conoscono i pesci e che fa poche domande, prendono pescatori che non hanno idea di quanto possa essere grande una nave di ferro per trasformarli e renderli abitanti di un mondo alla rovescia, che messi davanti ad un mappamondo ne riconoscono solo la parte blu.
Capisco a quel punto che le fotografie che mi chiedono servono a molto di più che al solo piacere di vedersi poi nello schermo. Serviranno a chi andrà in mare per mesi e si porterà un ricordo di chi lo aspetta a casa. Così mi metto paziente, come un fotografo di cent’anni fa a scattare ricordi.

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Verso la fine di quella processione di persone, tra luoghi comuni, capitani coraggiosi, porti lontani che si prendono a spintoni tra i miei pensieri come i bambini davanti all’obiettivo, sento quella parola. Così fuori luogo che la prima volta fingo indifferenza e le seconda mi sforzo di pensare e sperare che in quella lingua così diversa dalla mia ci sia un’ esclamazione che possa somigliare. E invece ogni sforzo è vano, tutti i ragazzi stanno gridando: “Titanic!”.
Com’è possibile? Come ha potuto arrivare fin qui? Lontano da tutto, con solo il mare di fronte, le loro storie semplici in quelle case minuscole, i mille nomi dei pesci, le barche di legno, i motori vecchi di mezzo secolo che tossiscono fumo nero. E poi, Titanic.
Mentre continuo a chiedermi cosa ci faccia quel transatlantico nelle loro teste, i ragazzi, fieri dei loro vestiti d’importazione cinese, si stanno ormai allineando secondo un ordine che sa tanto di ragazzi della via Pal, vicino ad una barca sgangherata, per avere la loro foto ricordo. Senza sapere quale triste sorte sia riservata ai personaggi che imitano, senza sapere che nel mare ci possano essere montagne di ghiaccio.

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Mentre la fila di futuri inconsapevoli naufraghi infreddoliti ai piedi della barca si accorcia, sento dalle voci sempre più eccitate dei bambini che qualcosa sta per succedere. Anche se la stagione di pesca è finita e le barche non dovrebbero uscire in mare, oggi si farà un eccezione, oggi si andrà a cavalcare le onde.
Con la marea che sale e il vento forte, il mare, oltre la secca che protegge quel porto naturale, s’ingrossa e s’incattivisce e qui uno dei pochi divertimenti concessi è stiparsi in una barca e prendere i cavalloni a tutta velocità, per un emozione del volo che dura un secondo, con gli schizzi che vanno ovunque e il dubbio che la barca possa spezzarsi da un momento all’altro.
Con gli angoli della bocca che vanno su e giù allo stesso ritmo delle onde, rimbalzando tra un sorriso divertito e un terrore mal nascosto, sono io a quel punto a gridare: “Titanic?” cercando di avere rassicurazioni su una sorte diversa mentre la barca scricchiola e si riempie d’acqua. Ritesh se la ride beato e cerca di rassicurarmi, il suo sorriso è sincero, non affonderemo.

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Quando rimetto piede sulla spiaggia è quasi sera, non dovrò tornare  in città a piedi, in qualche modo qualcuno mi accompagnerà. Mi concedo allora un po’ di riposo, giusto il tempo di un’ultima sorpresa. Raul. Un nome da re, due occhi come due nocciole e la timidezza di un passerotto. Mentre una seconda ondata di bambini inizia a urlare “Titanic! Titanic!” e si mette in posa per altre foto, Raul se ne sta in disparte. Ritesh lo indica e fa strani gesti che non capisco. Poi fruga per qualche istante tra le poche parole d’inglese che sa e mi dice, con una tenerezza commuovente, che Raul non ha gambe ma…molle, sì, proprio molle. Capisco allora che i gesti di prima erano salti e capriole e che Raul è il più bravo di tutti. Ma nessuno sembra interessato a quelle evoluzioni ora. A parte me chiaramente. Perchè inizio a convincermi che stia per succedere qualcosa di estremamente raro, l’istante che non posso perdere, un regalo per tutti. Allora lo seguo e aspetto, cerco di nascondermi ma lui mi vede, provo a ripetere uno dei gesti di Ritesh, per chiedergli una capriola, lui sorride. Mentre i suoi amici continuano a chiamarmi perchè scatti loro le foto sulla barca, Raul si scrolla di dosso l’ultima traccia di timidezza, prende la rincorsa e salta, proprio davanti al sole.

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Così, ad una settimana di distanza sono tornato, con uno zaino pieno di fotografie e una speranza. Inizio a distribuire le foto per le case, non riconosco tutti i volti così, in poco tempo, si forma un comitato spontaneo per l’assegnazione delle foto formato da madri, vecchi e curiosi, che riconosciuti amici o parenti in un chiasso infernale, chiamano i bambini perchè le portino di corsa ai legittimi proprietari. La foto di Raul l’ho stampata un po’ più grande delle altre e ne ho fatte una decina di copie, la mia speranza è che non piaccia solo a lui. Raul però non c’è, è in un villaggio vicino, ma poco importa, perchè per le stradine e i vicoli i suoi fan stanno crescendo minuto dopo minuto e ora tutti, invece di gridare Titanic, gridano il suo nome e vogliono anche loro la loro foto mentre fanno le capriole. I più senza nemmeno saperle fare. Non è una grande vittoria e non servirà a molto, domani forse sarà tutto come prima o arriverà da chissà dove qualche nuovo Titanic. Però se proprio si deve avere un mito, meglio averne uno che si sa dove abita.
Non resta che tornare a casa, con lo zaino più leggero e la certezza che almeno per oggi, quel piroscafo vecchio di un secolo, andrà ad affondare un po’ più in là.

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