Indiani e Cowboy

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Prashant ha trentacinque anni, una moglie, due figli, una camicia agghiacciante e un anello pacchiano al dito. Vende scarpe bianche in una cittadina sperduta, coperta dalla polvere e punteggiata dagli sputi color mattone. Prashant appartiene quell’India che non ha tempo di aspettare, l’India che cresce ad un ritmo vertiginoso e che, come chi corre, ha gli occhi troppo pieni di vento per riuscire a guardarsi attorno. Prashant è un cowboy.
Come lui i nuovi ricchi non hanno nessuna intenzione di perdere la loro possibilità di sentirsi diversi e migliori aspettando che il loro paese cresca. Non sognano di poter guardare dalla finestra e vedere che tutto fuori è cambiato. Creano piccoli mondi in cui potersi rifugiare, minuscole macchine del tempo per potersi allontanare quanto più possibile dai turbanti e dalle strade di terra battuta. Si ritagliano uno spazio che possa ingannare la vista, come fossero lontani chilometri o secoli da tutto il resto, come vivessero in una fotografia. Appena oltre il margine ricominciano il frastuono, i falò di bottiglie di plastica e la povertà ma basta non voltarsi e il gioco è fatto.
Prashant nel suo negozio tirato a lucido, che l’aria condizionata fa sembrare più un frigorifero, è libero di sentirsi lontano e moderno, libero di sorridere della mia bici da vecchietto e di ostinarsi ad esporre scarpe da calcio che nessuno comprerà mai.

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Prashant non ha di certo creato quel suo piccolo mondo da solo. Come un bambino alle prese con un castello si sabbia, è ricorso all’aiuto di suo padre, grigio e incamiciato impiegato indiano in pensione che pazientemente, come pazientemente spostava pile di carta da una scrivania all’altra, è riuscito a mettere da parte qualche risparmio per i figli.
Poco oltre quel negozio fuori dal tempo stanno costruendo una casa, lì lavora Koshik. E la sua storia è completamente diversa. Koshik è un salariato a giornata, così come lo era suo padre e come probabilmente sarà suo figlio. Basta andare all’alba nella piazza principale e lo si può trovare insieme ai suoi compagni mentre aspetta che qualcuno offra una miseria per una giornata di fatica. Koshik fa parte dell’India che continua a procedere verso il futuro con la velocità che nei millenni non l’ha vista praticamente cambiare. Non essendo il protagonista di una campagna pubblicitaria stracolma di zucchero, non sorride tutto il giorno nonostante la miseria, non è più felice di Prashant, non è un padre migliore di lui e non vive beato nella semplicità della sua esistenza, probabilmente sogna i soldi di quel cowboy e se li avesse li sperpererebbe tutti in un giorno. Koshik è quasi cieco ormai, passa le giornate accovacciato sotto il sole a spaccare pietre, per lui il mondo oltre la strada per Surat è un mistero. Koshik è un’indiano.

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Prashant e koshik vivono distanti pochi metri ed un millennio, entrambi sconfitti da una povertà che il primo detesta vedere e il secondo detesta vivere. Le loro storie, simili a molte altre, come nel far west, si svolgono poco lontano da una ferrovia. La notte, quando non si riesce a prendere sonno, si sentono passare i treni e si sente il loro richiamo, tutti sanno che portano all’ El Dorado. Mumbai.
Una Genova gigantesca cresciuta senza regole come un tumore, si può sentire la sua voce da ogni angolo del paese. Chiunque si senta schiacciato dal proprio tempo, sogna di poter vivere fra i suoi palazzi e di poter realizzare i propri desideri. I treni urbani stracolmi di gente che si spintona o i vicoli in cui ci si perde in un attimo, Mumbai vive delle sue regole e si nutre delle vite di chi arriva nella speranza di fare fortuna.
C’è un posto abbastanza lontano dal chiasso, dall’odore dell’India e dall’approssimazione in cui ci si può sedere in riva al mare e guardare al di là della baia. Come in un poster, Mumbai si mostra nella sua veste sfacciata e migliore, come la frontiera Indiana ad un passo dall’America. Le sue mille luci attirano le persone come falene per non lasciarle più andare via.

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Una città da diciotto milioni di abitanti è un ingranaggio che pare incomprensibile e sembra non poter funzionare che per qualche istante, eppure ogni giorno la si ritrova uguale, sempre sul punto di cadere, senza mai farlo. C’è una simbiosi tra le vite di chi abita qui, una simbiosi ingiusta che però riesce a dare un lavoro a chi ha lasciato tutto per poter vivere tra le sue strade. Così gli slum sono tanto vicini ai grattacieli da sembrare il muschio di quegli alberi bianchi. E ogni mattina, come da un formicaio, si vede partire un esercito di maid, di dabba-wallah e di lavoratori d’ogni genere pronti a vivere delle briciole lasciate dalla ricchezza.
Piccole formiche come Ranjit, che senza sosta lava e sbatte panni portati in giganteschi sacchi bianchi; allineato tra le pozze dei suoi compagni, vive come loro a due passi dal suo metro quadrato d’acqua.

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Quelli che restano esclusi da questa simbiosi sono destinati a perdersi nel frastuono e ad essere dimenticati. Come sulle rive del Klondike si accalcano a migliaia al margine della ricchezza, sperando che questa, come fosse acqua, possa arrivare a bagnare almeno i loro piedi. Tutto ciò non accade mai e così rimangono aggrappati ad una povertà lontana da quella umile che hanno lasciato nei loro villaggi, una povertà che cancella i loro nomi e li rende tutti uguali, senza una storia e con un destino terribile. Si lasciano cadere a terra e lì restano, senza un posto in cui andare e senza poter più tornare indietro. Sono ovunque, stesi tra i passi di chi cammina veloce per le strade, invisibili come fantasmi di cui nessuno ha paura.

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Quando si aggirano per le vie della città hanno lo sguardo perso e vuoto come animali impauriti, le bocche socchiuse in un’espressione di dolore.  La loro sofferenza è più profonda della sola fame. Negli occhi hanno la paura di chi non riesce a comprendere e per loro la città è un rumore bianco dal quale è impossibile distinguere anche un solo suono famigliare. La luce ed i colori dell’India, che attirano qui orde di turisti, rendono quelle vite e quei volti ancora più macabri. Per loro non c’è futuro e non c’è passato, solo un presente incomprensibile e tremendo.

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” Vuoi diventare ricco eh? Allora sei arrivato nel posto adatto, se sarai furbo; perché qui tutti sono o molto ricchi o morti. ”      [ Per un pugno di dollari – Sergio Leone ]
Alla prossima

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6 thoughts on “Indiani e Cowboy

  1. caro guido mi sento di affermare che tu farai la fine di de crescenzo: da ingegnere a scrittore affermato… la tua capacità descrittiva è davvero roba forte .
    un abbraccio flavio

  2. Pasqua 2012
    Che dire non ho parole e non mi capita spesso ma
    spero che la tua esperienza ti sia di “arricchimento ”
    spirituale ( anche se un po’ materiale non guasta ) …
    saluti sinceri e ancora auguri di buona fortuna per tutto …
    Giancarlo

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